Ponyo sulla Scogliera (2008)
Regia: Hayao Miyazaki
Titolo originale: Gake no ue no Ponyo
Nazionalità: Giappone
Anno di uscita: 2008
Genere: Animazione
Durata: 101’
Fasce età consigliate:
– Primaria
– Secondaria di I grado
– Secondaria di II grado
Voci Italiane: Agnese Marteddu, Ruggero Valli, Massimo Corvo, Laura Romano
Soggetto e Sceneggiatura: Hayao Miyazaki; Fotografia: Atsushi Okui; Musica: Joe Hisaishi ; Montaggio: Takeshi Seyama
Produzione: Studio Ghibli
Distribuzione Italiana: Lucky Red
Data di uscita: 6 luglio 2023 – riedizione (cinema)
Sinossi
Una pesciolina rossa dal musetto antropomorfo, quatta quatta, scappa via dalla sua casa incantata sul fondo del mare. Confondendosi in una marea di meduse, lascia l’oscurità degli abissi per finire nella rete di un peschereccio, incastrata tra liquami e bottiglie di plastica. La ritrova Sosuke, un bimbo dai capelli tagliati a scodella, che vive insieme alla mamma in cima a una luminosa scogliera. “Sarà viva o morta?” pensa Sosuke, finchè la pesciolina lecca del sangue che gli sta uscendo da un graffietto. Al bimbo brillano gli occhi di felicità, e decide di chiamarla «Ponyo»: è amore a prima vista.Quello che Sosuke non sa, è che Ponyo ha già un nome e famiglia. Suo padre, Fujimoto, uno stregone che ha rinnegato l’umanità per vivere tra calamari giganti e barriere coralline, la cerca disperatamente. Quando la ritrova – strappandola dal secchiello pieno d’acqua di Sosuke – non riconoscerà più la sua piccola Brunhilde, ma avrà davanti una figlia ostinata che ha deciso di puntare le pinne e farsi chiamarsi Ponyo. E che vuole diventare umana.Addosso alla scogliera sta per arrivare uno tsunami: una forza della natura, che metterà alla prova l’ecosistema e il profondo amore che unisce Sosuke e Ponyo.
Temi
Ancora un’eroina ecofemminista
Ponyo può essere interpretata come un’eroina ecofemminista poiché incarna il superamento del dualismo patriarcale che separa Cultura (maschile/umana) e Natura (femminile/selvaggia). Mentre suo padre Fujimoto cerca di controllare l’oceano attraverso una magia rigida e protettiva, Ponyo agisce mossa dal desiderio e dall’autodeterminazione, rompendo le gerarchie imposte.
La sua trasformazione non è una rinuncia alla natura, ma una fusione: Ponyo porta la forza primordiale del mare nel mondo sociale. L’ecofemminismo vede nella sottomissione della donna e della Terra una radice comune; Ponyo, rifiutando l’autorità paterna e guarendo l’ambiente attraverso l’empatia con Sosuke, propone un modello di azione basato sulla cura e sulla riconciliazione tra le specie, piuttosto che sul dominio.
L’inquinamento marino e la decadenza dell’habitat
All’inizio del film, la “camera” di Miyazaki indugia sul fondale marino, rivelando una realtà desolante: pneumatici, bottiglie e detriti che soffocano la vita. Fujimoto, il padre di Ponyo, disprezza gli umani proprio per la loro noncuranza. Dal punto di vista ecocritico, questa non è solo scenografia, ma una denuncia della “cecità ecologica” antropocentrica. Ponyo stessa rimane incastrata in un barattolo di vetro, simbolo di come i nostri rifiuti intrappolino letteralmente la natura. Il mare non è più un idillio incontaminato, ma una discarica silenziosa che riflette il fallimento della gestione umana delle risorse e degli scarti.
Antropocentrismo vs. biocentrismo
Il conflitto tra Fujimoto e il mondo terrestre rappresenta la tensione tra biocentrismo e antropocentrismo. Fujimoto ha abbandonato la sua umanità per proteggere l’oceano, vedendo gli uomini come parassiti. Miyazaki cerca, perciò, di decostruire la gerarchia che vede l’uomo al vertice. Ponyo, trasformandosi da pesce a umana, attraversa il confine tra le specie, suggerendo che la distinzione tra “noi” e “loro” sia fluida. Il film ci sfida a vedere il mondo non come una risorsa a nostra disposizione, ma come una comunità biotica interconnessa in cui ogni creatura ha pari dignità.
L’altra protagonista: l’acqua
In molti testi ecocriticisti si parla di “agency” (capacità di agire) della materia non umana. In Ponyo, l’acqua non è un elemento passivo, ma un’entità viva, potente e talvolta distruttiva. Quando Ponyo libera la magia di Fujimoto, scatena uno tsunami che sommerge la città. Questo evento non è descritto come una catastrofe horror, ma come un ritorno all’ordine primordiale (il Devoniano). La natura riprende i suoi spazi con una forza indomabile, ricordandoci che il pianeta non è qualcosa che possiamo controllare o “aggiustare” a nostro piacimento: ha una sua volontà e una sua capacità di reazione.
Linguaggio cinematografico
Hayao Miyazaki ha più volte dichiarato in conferenza stampa il suo ritiro dalle scene. Era successo dopo Il Castello Errante di Howl, era in procinto di ritirarsi… finché non ha letto il libro della scrittrice Rieko Nakagawa “No, no all’asilo!”, un racconto per bambini. Sebbene poi l’ispirazione del libro sia rimasta solo un’idea galleggiante, Miyazaki ha deciso di mettersi alla scrivania e produrre un nuovo storyboard.
Era lo storyboard del sedicesimo film di animazione dello studio, Ponyo sulla Scogliera (Gake no ue no Ponyo). Accantonando il racconto originale e seguendo un’ispirazione originale, il regista ha realizzato un film con l’intenzione dichiarata di tornare a raccontare una storia ai più piccoli, ritrovando uno sguardo capace di fondere semplicità e profondità.
Fin dalla sigla, realizzata con uno stile grafico semplice e naturale, emerge chiaramente questa scelta. Vediamo chine imprecise, onde simili allo scarabocchio – senza mai sconfinare nell’astrattismo – soggetti e correnti dai colori tenui come l’azzurro, il verde ma anche il porpora, il rosa. Una title art che da sempre risulta firma riconoscibile dello Studio Ghibli.
In tutta la produzione, i disegni sono composti da linee morbide e curve, come quella della casa sulla collina: nessuno spigolo, solo morbidezza. Una vera rivoluzione visiva, capace di amplificare il potere degli elementi naturali; basta rivedere l’effetto speciale del vento sulle case e persone.
Potente l’uso del colore per cui, secondo l’autore, il personaggio principale tinto di rosso non doveva schiacciare gli altri. Il risultato? Una palette tendente alla semplicità per addolcire l’occhio. La dolcezza è impressa negli stessi fondali, dove però emergono le sfumature. Basta rivedere la casa sopra la collina per immaginare ogni filo d’erba, baciato dal sole e scosso dal vento.
Scendendo sotto il mare vediamo colori più scuri, dove brillano gli occhi delle creature e le luci della nave fantastica. Scintille di magia, e una ricchezza di dettagli immensa. Rimarrà per sempre nella storia dell’animazione la corsa sulle onde in cui i cavalloni, in un moto surrealista, diventano pesci che si fondono gli uni agli altri. Una metafora potente del mare come organismo pulsante di vita. Proprio qui si innesta la colonna sonora di Joe Hisaishi, con la famosa cavalcata delle Valchirie.
Il timbro di Hisaishi, storico collaboratore dello studio, è immediatamente riconoscibile: lirico, evocativo, capace di sfociare nell’epico. Prima di ogni film, racconta Miyazaki, Joe produce una sorta di book delle musiche basato sugli storyboard e sulle immagini più potenti del film. Il processo prosegue in parallelo con il film: man mano che le scene vengono definite, più cresce il dettaglio del sonoro. Praticamente un film dove il visual tiene per mano gli spartiti musicali.
Un dialogo continuo tra immagini e suono alla cui base c’è lo storyboard: una sequenza di illustrazioni accompagnate da appunti che raccontano la storia, ne stabiliscono il ritmo e la durata delle singole scene. Da qui si passa ai layout, che definiscono inquadrature, movimenti dei personaggi e punto di vista della “telecamera”.
Sottolineiamo che Ponyo è frutto di animazione tradizionale. Circa settanta artisti hanno disegnato a mano 170.000 cel. Gran parte di questi, è dedicata all’animazione del mare e delle creature – basti pensare alla complessità delle scene iniziali. Zero il ricorso alla CGI.
A questo mondo organico si aggiunge la complessità dei movimenti dei personaggi. Celebre è la mimica facciale dello studio, uno tra i primi a sincronizzare il movimento delle bocche con i dialoghi. Come è reso possibile un movimento così preciso? Il metodo è quello del ricorso ai fogli trasparenti, i cel (da celluloid) dove sono disegnati i personaggi che vengono sovrapposti ai fondali. Gli animatori lavorano su blocchi di cel che cambiano leggermente l’uno rispetto all’altro, seguendo le indicazioni di un timesheet, che stabilisce il numero di frame necessari per secondo e la durata di ogni movimento.
Sotto di questi, i fondali, dipinti a mano. A completare l’immagine è proprio il pittorico, background derivati da location reali. Miyazaki visita personalmente le location e per l’ambientazione di Ponyo ha individuato la popolare cittadina turistica di Tomonora (Hiroshima). Dalle foto scattate qui, è sbocciata l’arte dei pittori dello studio.
Ogni dipinto possiede una propria illuminazione, che viene calibrata e corretta dal regista. Un errore comporta il rifacimento completo dell’opera. Gli artisti hanno utilizzato anche pastelli a cera, di cui restano visibili le tracce della pennellata, conferendo uno stile irripetibile all’immagine.
Ponyo è un mondo ricco di dettagli, una corsa sulle onde capace di “bucare lo schermo” con la stessa genialità che aveva distinto i fratelli Lumière agli albori del cinema.
Spunti di riflessione
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Come possiamo intervenire nel quotidiano per proteggere la vita sottomarina? Le nostre scelte contano: ridurre l’uso della plastica monouso, differenziare correttamente i rifiuti, evitare lo spreco d’acqua. E tu cosa vorresti fare?
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Quali sono le scene che vi sono rimaste più impresse e per quale motivo? (dinamismo dell’animazione, interazioni personaggi in scena, uso delle luci nelle scene magiche…
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Crescita e adattamento sono parte della vita: qual è il vero superpotere di Ponyo? Cambiare forma, sviluppare relazioni, dimostrarsi curiosi per il mondo senza perdere la propria identità. Rispetto a quello che vediamo nel film ragioniamo sulla forza autentica della protagonista.