La quercia e i suoi abitanti (2022)
Regia: Laurent Charbonnier,Michel Seydoux
Titolo originale: Le chêne
Nazionalità: Francia
Anno di uscita: 2022
Genere: documentario
Durata: 80’
Fasce età consigliate:
– Primaria
– Secondaria di I grado
– Biennio Secondaria di II grado
Sceneggiatura: Michel Fessler, Michel Seydoux Cinematografia: Mathieu Giombini Musica: Cyrille Aufort Montaggio: Sylvie Lager Produttore: Sidonie Dumas, Barthelemy Fougea, Lucile Moura, Michel Seydoux
Distribuzione Italiana: I Wonder Pictures
Data di uscita: 25 gennaio 2024 (cinema)
Sinossi
Entriamo nell’ombra di una maestosa quercia secolare, alta 17 metri e con oltre due secoli di vita, situata nella foresta della Sologne in Francia. Vivremo una sensazione di pace, mentre ci immergeremo in una narrazione poetica e visivamente affascinante dell’ecosistema che la popola. Brulicante di vita, dalle radici fino alla sua cima. Osserveremo le sfide quotidiane degli animali: scoiattoli che raccolgono provviste, formiche che costruiscono i loro regni, piccoli mammiferi che trovano riparo dai grandi predatori.
Questo documentario, adatto a tutte le età, mostrando la resilienza e l’interconnessione degli abitanti della quercia compie un’ode alla vita. In tutte le sue forme: forme di vita da proteggere, riflettendo e agendo per tutelare la biodiversità. E sulla necessaria cura nei confronti dell’universo che ci circonda da millenni.
Temi
La quercia e i suoi abitanti si inserisce nel solco del cinema naturalistico d’osservazione, un genere che ha trovato la sua massima espressione in capolavori come Microcosmos (1996) e Il popolo migratore. Questi documentari si distinguono per il rifiuto del “didatticismo” tradizionale: non c’è una voce fuori campo che spiega, ma è la potenza delle immagini e del sound design a narrare.
A differenza dei classici prodotti televisivi alla National Geographic, qui si adotta una tecnica cinematografica pura, con lenti macro e montaggio ritmato (spesso su basi musicali diegetiche o orchestrali), trasformando il dato biologico in un dramma epico. Questo approccio trasforma gli animali in veri e propri “attori” con archi narrativi, rendendo la natura non più un oggetto di studio distaccato, ma un’esperienza immersiva e sensoriale che punta a colpire l’emotività dello spettatore prima ancora della sua intellettualità.
Il superamento dell’Antropocentrismo
L’ecocritica suggerisce che l’essere umano non debba essere il centro di ogni narrazione. In questo film, l’uomo è totalmente assente: la macchina da presa adotta il punto di vista degli animali o dell’albero stesso. Questo sposta il focus dalla “natura come risorsa per l’uomo” alla “natura come soggetto avente valore intrinseco”. La quercia non è un oggetto di sfondo, ma il protagonista attivo di un’epopea millenaria. Rinunciando alla voce narrante umana, il film forza lo spettatore a confrontarsi con un linguaggio fatto di suoni, movimenti e cicli biologici, riconoscendo dignità e autonomia a forme di vita solitamente ignorate.
La quercia come “ecosistema-mondo”
In natura nessun organismo esiste da solo: la quercia viene rappresentata come una metropoli verticale, un microcosmo dove ogni abitante (dalla ghiandaia al balanino) svolge un ruolo cruciale. Il film evidenzia la simbiosi e la dipendenza reciproca: l’albero offre rifugio e nutrimento, mentre gli animali contribuiscono alla sua rigenerazione. Questa visione contrasta con l’idea capitalista di individualismo, proponendo invece un modello di comunità biotica dove la sopravvivenza del singolo è legata alla salute dell’intero sistema, trasformando l’albero in un simbolo di resilienza collettiva.
La temporalità biologica vs temporalità umana
La quercia, con i suoi 210 anni, incarna il “tempo profondo”, un ritmo lento che si scontra con la frenesia della modernità umana. Attraverso il passaggio delle stagioni, il film mostra come la vita naturale segua cicli di attesa, fioritura e quiescenza. Questa riflessione invita a riconsiderare il nostro impatto ambientale: ciò che per noi è un istante, per l’ecosistema è parte di un processo secolare. La quercia diventa un monumento vivente che testimonia la continuità della vita oltre l’effimero passaggio delle generazioni umane.
La resistenza agli agenti atmosferici e il cambiamento
Un tema centrale è la vulnerabilità e, al contempo, la forza della natura di fronte agli eventi estremi. Le sequenze dei temporali o dei venti impetuosi non sono solo spettacolo visivo, ma rappresentano la sfida dell’adattamento. L’ambiente non è passivo, ma reagisce e si modella. La quercia che flette ma non si spezza simboleggia la capacità di resilienza degli ecosistemi naturali di fronte alle crisi esterne, suggerendo che la stabilità ecologica non è assenza di conflitto, ma un equilibrio dinamico e faticosamente mantenuto tra le forze in gioco.
L’estetica della prossimità (il “piccolo” come valore)
Spesso l’ambientalismo si concentra su grandi catastrofi o specie carismatiche. Il film, invece, volge il suo sguardo verso il “piccolo”, dedicando ampio spazio a insetti e roditori. Zoomando sulle lotte quotidiane di un ragno o di un topo selvatico, il film demolisce la gerarchia estetica tradizionale. Ogni creatura, indipendentemente dalla sua dimensione, possiede una “storia” degna di essere raccontata. Questa scelta pedagogica educa lo sguardo dello spettatore a provare empatia per il non-umano più distante da noi, promuovendo una forma di etica del rispetto che parte dalla conoscenza profonda della biodiversità locale e quotidiana.
Linguaggio
La quercia e i suoi abitanti si distingue per una straordinaria qualità visiva e sonora, che cattura l’essenza stessa della natura. La scelta di non utilizzare una voce narrante permette di lasciare che sia la natura stessa a raccontare la sua storia, affidando la narrazione completamente alle immagini e ai suoni. In questo modo, il film riesce a entrare nel cuore dell’ecosistema della quercia senza interferenze umane, creando un’atmosfera immersiva che coinvolge lo spettatore fin dal primo fotogramma.
Dal punto di vista visivo, il documentario utilizza inquadrature ravvicinate e movimenti di camera fluidi per seguire gli animali nei loro spostamenti quotidiani. Le immagini sono caratterizzate da una grande attenzione ai dettagli, come i piccoli insetti che si spostano tra i rami o gli scoiattoli che raccolgono cibo, per offrire uno sguardo intimo sulle interazioni naturali. I colori naturali, dalle sfumature calde dell’autunno al verde fresco della primavera, sono utilizzati per evocare i cambiamenti stagionali e suggerire il senso di ciclicità e di perpetuo rinnovamento.
Il paesaggio sonoro gioca un ruolo altrettanto fondamentale, con la colonna sonora di Cyrille Aufort che si fonde con i suoni naturali, creando un’atmosfera immersiva che amplifica la sensazione di trovarsi nel cuore della foresta. Il fruscio delle foglie, i cinguettii degli uccelli, il rumore della pioggia e il vento che scuote i rami sono sapientemente miscelati per costruire un paesaggio sonoro che coinvolge completamente i sensi. In particolare, l’uso di momenti di silenzio rende l’esperienza ancora più potente, invitando lo spettatore a riflettere sulla delicatezza di ogni suono e sull’importanza di ogni elemento che compone l’ecosistema.
Nonostante il grande pregio tecnico, alcuni critici hanno sottolineato l’uso di antropomorfizzazione degli animali e l’adozione di effetti speciali che, in alcune sequenze, possono risultare eccessivi. Questi accorgimenti, pur semplificando talvolta la complessità della natura, rendono il film più accessibile al pubblico giovane e meno esperto, senza sacrificare l’emozione e l’immediatezza del messaggio. La scelta di rendere il film visivamente affascinante e sensorialmente coinvolgente permette infatti di parlare al cuore degli spettatori, risvegliando in loro una consapevolezza ecologica profonda.