Il Sale della Terra (2014)

Regia: Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado

Titolo originale: The Salt of the Earth
Nazionalità: Francia – Italia – Brasile
Anno di uscita: 2014
Genere: Documentario 
Durata: 110’ 

Fasce età consigliate:

– Biennio secondaria superiore

– Triennio secondaria superiore

TRAILER

SCHEDA IMBD

Cast Artistico: Sebastião Salgado, Wim Wenders (voce narrante), Juliano Ribeiro Salgado, Lélia Wanick Salgado

Soggetto: Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado; Sceneggiatura: Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, David Rosier; Fotografia: Hugo Barbier, Juliano Ribeiro Salgado; Musica: Laurent Petitgand; Montaggio: Maxine Goedicke, Rob Myers

Produzione: : David Rosier per Decia Films, Amazonas Images, Solares Fondazione delle Arti

Distribuzione Italiana: Officine UBU
Data di uscita: 29 maggio 2015 (cinema)

Sinossi

Il documentario si configura come un viaggio monumentale e intimo attraverso l’obiettivo di Sebastião Salgado, forse il più grande fotografo documentarista vivente. La narrazione si dipana su due binari paralleli che finiscono per convergere: da un lato il percorso professionale dell’artista, dall’altro il viaggio emotivo di riconciliazione tra un padre sempre assente e un figlio, Juliano, che cerca di comprenderne le ragioni. Partendo dalle immagini dantesche della miniera d’oro della Serra Pelada in Brasile, dove migliaia di uomini si muovono come formiche nel fango, il film ripercorre quarant’anni di storia contemporanea. Attraverso i grandi progetti fotografici Workers (La mano dell’uomo) e Exodus (In cammino), lo spettatore è testimone delle grandi trasformazioni industriali, delle carestie in Africa e dei brutali conflitti nei Balcani. Il punto di rottura avviene in Ruanda: di fronte all’orrore del genocidio, Salgado perde la fede nell’umanità e cade in una profonda crisi depressiva. Il ritorno alla sua terra natale in Brasile, trovata arida e sterile, segna l’inizio della rinascita. Insieme alla moglie Lélia, fonda l’Instituto Terra, riuscendo nella titanica impresa di ripiantare due milioni di alberi e resuscitare la Foresta Atlantica. Questa guarigione ambientale diviene metafora di una guarigione interiore, che culmina nel progetto Genesis: un inno d’amore alle parti del pianeta ancora incontaminate, dove l’uomo vive in equilibrio con la natura.

Temi

Raccontava Sebastião Salgado intervistato da Repubblica nel 2023: «Avevamo la possibilità di ricostruire una foresta e l’abbiamo fatto. All’inizio degli anni Novanta si risvegliava la coscienza ambientalista, ma noi non eravamo attivisti, volevamo solo riavere la nostra foresta. Per farlo però avevamo bisogno di un vivaio, di specialisti, scienziati, tecnici… Da loro cominciammo a capire che era qualcosa di essenziale, cominciammo a sistematizzare»
Nasceva appunto, come Salgado raccontava nella stessa intervista: l’Instituto Terra: «Oggi sì, posso dire che siamo ambientalisti. Non attivisti: un attivista combatte contro qualcosa, io non combatto, costruisco. Avevo paura di essere troppo radicale. Invece di creare collaborazioni temevo di creare una singola resistenza. Per questo abbiamo allargato il progetto, abbiamo associato tremila contadini. Ora l’Instituto Terra è la più grande istituzione rurale del Brasile. La nostra prossima sfida è l’acqua, ricostruire i sistemi idrici naturali della valle, le sorgenti e i corsi d’acqua. Per capirci: la nostra valle è grande come il Portogallo».
Raccontare questa storia è già un atto politico perché assume il valore di un apologo ecologista. Occorre aggiungere che il punto di vista “ambientalista” non deriva tanto dalla prospettiva di Wenders ma dall’esperienza che egli decide di raccontare col suo documentario. La sintesi fra crisi sociale e crisi ambientale è già tutta nell’opera di Salgado. Ma il film è anche una straordinaria opportunità di raccontare il trionfo della volontà.

• La testimonianza dell’Antropocene
Il film documenta visivamente l’impatto devastante dell’attività umana sul pianeta, incarnando il concetto di Antropocene. Attraverso gli occhi di Salgado, osserviamo come l’estrattivismo frenetico (come nelle miniere d’oro della Serra Pelada) trasformi gli esseri umani in formiche all’interno di un paesaggio ferito. La riflessione qui si focalizza sulla perdita di scala: l’individuo scompare di fronte alla vastità della distruzione ambientale. Le immagini non sono solo reportage, ma prove estetiche di un’epoca in cui l’uomo è diventato la principale forza geologica, capace di alterare irreversibilmente gli ecosistemi globali.

• La sofferenza della Terra come specchio sociale
Il film suggerisce che non vi sia separazione tra crisi ambientale e crisi umanitaria. Salgado ritrae carestie e genocidi non come eventi isolati, ma come sintomi di un collasso sistemico. La “nuda terra” bruciata dal sole e dalla siccità riflette la “nuda vita” dei profughi. Questa prospettiva abbatte il dualismo natura-cultura: la violenza inflitta all’ambiente si traduce direttamente in violenza sui corpi umani. Il fango, la polvere e la siccità non sono solo scenografie, ma attori co-protagonisti che partecipano al dramma del dolore umano, evidenziando una vulnerabilità condivisa.

• “Genesi” e il ritorno al non-umano
Nel progetto “Genesis” di Salgado, l’ecocritica individua il tentativo di riscoprire una natura “incontaminata” per ridefinire l’identità umana. Salgado si sposta dai conflitti sociali ai santuari naturali (Galapagos, Antartide, Amazzonia), cercando di ritrarre il mondo prima che venisse addomesticato. Questo tema esplora il concetto di biocentrismo: l’uomo non è più il centro della narrazione, ma un osservatore tra gli altri esseri viventi. La cinepresa di Wenders cattura questo spostamento dello sguardo, dove la maestosità delle balene o dei ghiacciai serve a ridimensionare l’ego della nostra specie e a ristabilire un senso di sacralità verso il selvaggio.

• La resilienza e il restauro ecologico
L’ultima parte del film si concentra sull’Istituto Terra, trasformando la narrazione dalla disperazione alla speranza attraverso la riforestazione. È un vero esempio di agency ambientale: l’uomo non è solo distruttore, ma può agire come custode. La rinascita della foresta nella valle dei Salgado dimostra che il tempo della natura può guarire le cicatrici della storia se supportato da un’etica della cura. Il ritorno dell’acqua e della biodiversità in una terra un tempo arida simboleggia la possibilità di una riconciliazione attiva, dove la tecnica umana viene messa al servizio dei cicli biologici anziché del profitto. Ma è anche il trionfo della volontà sul pessimismo della ragione.

• L’estetica del paesaggio: fra “sale” e bianco e nero
Il film solleva una questione centrale: la responsabilità della rappresentazione. Wenders e Salgado trasformano la devastazione in immagini di una bellezza sublime e terribile. Questa scelta estetica non è fine a sé stessa, ma serve a generare empatia e indignazione. Rappresentare la terra come “sale” — elemento che dà sapore ma che può anche rendere sterile il suolo — implica una riflessione sulla dualità della nostra presenza. La bellezza del bianco e nero non estetizza il dolore, ma eleva il paesaggio a soggetto giuridico e morale, chiedendo allo spettatore di riconoscere i diritti intrinseci degli ecosistemi rappresentati.

• Il rapporto Padre-Figlio e l’Eredità
La co-regia di Juliano Ribeiro Salgado trasforma il film in un’indagine sugli affetti familiari. L’assenza del padre durante l’infanzia di Juliano, giustificata dalla missione fotografica, viene elaborata e perdonata attraverso la condivisione del lavoro. La piantumazione della foresta diventa l’eredità concreta e spirituale che Sebastião lascia al figlio e alle future generazioni: non ricchezze materiali, ma un pianeta vivibile e una storia da custodire.

Analisi formale / Linguaggio cinematografico

Il dispositivo della “Camera Oscura” (Teleprompter visivo): Per le interviste, Wim Wenders ha ideato una tecnica innovativa per superare la staticità del “busto parlante”. Salgado siede in una stanza buia di fronte a uno schermo su cui scorrono le sue foto; la cinepresa è nascosta dietro questo schermo (che agisce come uno specchio semitrasparente). Effetto: Quando Salgado guarda le sue immagini per commentarle, guarda inevitabilmente anche nell’obiettivo, e quindi negli occhi dello spettatore. Questo crea un contatto intimo e diretto. Inoltre, permette a Wenders di utilizzare dissolvenze incrociate (sovrapposizioni) in cui il volto rugoso e vissuto del fotografo si fonde letteralmente con le texture delle sue fotografie (la pelle di un rifugiato, la corteccia di un albero), suggerendo visivamente che l’autore è la sua opera, che le immagini gli sono rimaste “impresse” sulla pelle e nell’anima.

La dialettica Bianco e Nero / Colore: Il film utilizza una rigorosa codifica cromatica per separare i piani temporali e narrativi.
           Il Bianco e Nero: È il linguaggio della memoria e dell’arte. Le fotografie di Salgado, caratterizzate da un contrasto drammatico e da una gamma di grigi argentati, dominano lo schermo. Anche le sequenze di intervista nella “camera oscura” sono in bianco e nero per creare continuità stilistica con le foto, immergendo lo spettatore in un tempo sospeso ed epico.
            Il Colore: È riservato al presente e alla vita. Lo troviamo nelle riprese “making of” girate da Juliano durante le spedizioni recenti e, soprattutto, esplode nel finale con il verde vibrante della foresta rigenerata dell’Instituto Terra. Questo passaggio cromatico dal grigio della terra morta al verde della vegetazione simboleggia visivamente la vittoria della vita sulla morte e la speranza per il futuro.

Il Paesaggio Sonoro (Sound Design immersivo): Wenders e Juliano compiono un’operazione fondamentale: “aprono” la fotografia al suono. Le immagini fisse non rimangono mute. Il sound design ricostruisce in modo sottile ma potente l’ambiente uditivo dello scatto: il sibilo del vento nel deserto, il crepitio del fuoco dei pozzi in Kuwait, il brusio indistinto della folla nella miniera, il respiro degli animali. Questo trasforma la fruizione passiva di un’immagine statica in un’esperienza sensoriale immersiva, dando tridimensionalità e “tempo” alla fotografia.

Montaggio interno all’immagine: La regia non si limita a mostrare le fotografie a tutto schermo (still frame), ma le esplora attivamente. Attraverso lenti zoom in avanti (per isolare un dettaglio, come uno sguardo o una mano) e panoramiche laterali o verticali, la macchina da presa guida l’occhio dello studente nella lettura dell’immagine. Questo movimento di macchina simula il percorso dell’occhio umano che “legge” la composizione, insegnando implicitamente come analizzare la struttura visiva di una fotografia complessa.

Spunti di riflessione

  1. Estetica del dolore: È moralmente accettabile rendere “bella” un’immagine che ritrae la sofferenza estrema, la fame o la morte? La bellezza artistica serve a nobilitare le vittime, costringendoci a non distogliere lo sguardo, o rischia di trasformare il dolore in un oggetto di consumo estetico?
  2. Azione Locale e Impatto Globale: L’esperienza dell’Instituto Terra dimostra che la distruzione di un ecosistema non è irreversibile. Discutere in classe il concetto di “Pensare globale, agire locale”: in che modo piccoli progetti di recupero nel proprio territorio possono contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico globale?
  3. L’immagine nell’era digitale: Salgado ha impiegato anni per realizzare i suoi progetti, vivendo con i soggetti ritratti. Oggi siamo sommersi da immagini istantanee e usa-e-getta sui social media. Qual è la differenza tra “scattare una foto” col cellulare e “costruire una testimonianza” fotografica? Qual è il valore del tempo e della lentezza nell’osservazione della realtà?
  4. Uomo vs Natura: Le immagini della miniera della Serra Pelada mostrano l’uomo come una forza quasi geologica, capace di smantellare una montagna a mani nude. Riflettere sul concetto di Antropocene: l’uomo è un “cancro” per il pianeta o può diventarne il “custode”?
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